Relatori del convegno: prof. Salvatore Sberna, dott. Marco Antonelli, dott. Michele Di Lecce, avv. Vincenza Rando, avv. Salvatore Lupinacci, avv. Daniele Caprara.

Il proposito dell’iniziativa, dice Marco Antonelli è quello di creare un gruppo di interlocutori eterogeneo e variegato, così che dalle personali esperienze professionali e di ricerca, ciascuno possa far emergere un punto di vista tecnico e specifico nel più generale contesto dello studio e del contrasto alle mafie nel nostro territorio. Il Confine è strumento di lavoro e punto di partenza per un’analisi delle vicende di cronaca criminale della Lunigiana, considerate non come fatti a se stanti ma in relazione le une con le altre. Il tentativo è quello di muovere alcune osservazioni per provare a capire se  la provincia della Spezia è immune alle infiltrazioni  delle organizzazioni criminali oppure se esistono elementi di prova di un’attività criminale volta al radicamento sul territorio.

 Il prof. Sberna è intervenuto con una premessa fondamentale allo studio dei sistemi mafiosi e corruttivi nel nord Italia: provando ad identificare questi fenomeni, spesso ci si imbatte in una verità processuale dipinta dalle sentenze, che può non corrispondere ai dati emergenti dalle attività di indagine o di ricerca, che identificano una molto differente verità sostanziale. Il processo di infiltrazione di tutte le mafie nei territori differenti da quelli di origine è talmente complesso che non è sufficiente spigarlo come un meccanismo di diffusione o radicamento territoriale; si parla di una diffusione settoriale oltre che geografica, perché le mafie si radicano attraverso un’attività economica illecita divisa per settori, che influenza i livelli di trasparenza e competitività del mercato economico preesistente. L’evidenza giudiziaria oggi dimostra, tuttavia, che non esistono territori immuni dalle mafie, ogni territorio ha una vulnerabilità più o meno elevata ai fenomeni mafiosi, di pari passo si riscontra una spontanea domanda di mafia e di servizi mafiosi. Nel tentativo di attuare misure preventive, è necessario dunque considerare il fattore di vulnerabilità del territorio di arrivo dell’organizzazione criminale, facilitata se è lo stesso  tessuto politico, imprenditoriale e sociale a richiederne la presenza e la collaborazione.16472916 876605819109522 8623046123599253449 n

Il dott. Di Lecce, prendendo in considerazione i progressi raggiunti, dal 2010 circa, sul piano investigativo e giudiziario in Liguria, fa riferimento ad una mafia “silente”, che non ha bisogno di ricorrere ad omicidi, minacce ed altri generi di atti violenti per affermare la propria  esistenza e raggiungere il suo scopo. La corte di cassazione ha stabilito che le mafie silenti sono organizzazioni criminali che si avvalgono della fama conquistata nelle zone di origine. Il metodo mafioso in questi casi si sostanzia in una serie di elementi, che approfonditi singolarmente possono non destare sospetto, ma che raggiungono effettivamente lo stesso effetto che avrebbe sortito il metodo  più tradizionale. Nel nord Italia il metodo prevalente è quello corruttivo e collusivo che, considerato assieme al basso profilo sociale dei protagonisti del crimine, determina l’ingenerare nell’opinione pubblica e  negli addetti ai lavori di una sottovalutazione del fenomeno dell’occupazione del territorio volta al controllo economico dello stesso. Tale controllo, nel nostro territorio, si unisce talvolta ad una qualche forma di corruzione delle amministrazioni. Per un’ organizzazione criminale di stampo mafioso non è complesso avvicinare rappresentanti politici e amministrativi di piccoli comuni, acquisire un certo numero di voti, che possono spostare la maggioranza e determinare situazioni di privilegio all’interno di realtà fragili; questo meccanismo dà luogo alla necessità di ricompensare il favore ricevuto. Situazione che determina il rafforzamento delle organizzazioni, che si ampliano sempre più, e danneggia le dinamiche politiche esattamente come il riciclaggio influenza quelle economiche.

L’avv. Caprara specifica che negli ultimi anni l’attività illecita dei gruppi organizzati ha modificato l’approccio comportamentale ed è divenuta sempre più insidiosa. È necessaria dunque un’analisi sempre più specifica del fenomeno, onde evitare il rischio di identificare mafioso ciò che mafioso non è. L’avvocato spesso appare come inviso agli addetti ai lavori ed è qualificato come fiancheggiatore e collaboratore dei criminali, mentre solo un avvocato libero e un avvocato forte può consentire il raggiungimento del risultato. Per questo motivo nell’esercizio della propria funzione l’avvocato si deve qualificare nell’assoluta ortodossia e osservanza dei principi normativi e deontologici istituiti. Non è possibile dunque in nessun modo che siano messe in discussione, derogate o male interpretate le prerogative della difesa. Nello svolgimento dell’interesse del proprio assistito, innocente o colpevole che sia, l’avvocato costituisce esclusivamente presidio di legalità.

L’avv. Rando racconta da cosa sia nata l’esigenza di costituire Libera parte civile nei processi per mafia. Le mafie creano un danno alla società civile, nelle conseguenze del  loro agire, perché sottraggono libertà, democrazia, portando paura e dolore. Libera vuole partecipare per dimostrare di essere danneggiata, riuscendo, in questa dimostrazione di consapevolezza e di presenza sul territorio, ad educare e formare la cittadinanza. Perché anche la società civile, nella sua componente studentesca e professionale, ha un ruolo nella lotta alla mafia. Le mafie tendono a spartirsi il territorio attraverso diverse competenze organizzative, dividendo la zona in settori di interesse e impresa, spesso avendo la possibilità di agire grazie all’indifferenza sociale e la disattenzione delle amministrazioni, degli ordini e delle associazioni di categoria. Per questo motivo, coltivando la capacità di osservare, con Libera in Emilia Romagna alcune classi degli istituti superiori assistono alle udienze dei processi di mafia, con il permesso del Tribunale ove gli stessi si svolgono, che reputa la presenza di studenti in aula come esercizio di cittadinanza attiva altamente formativo. Dal  processo Emilia, sull’ndrangheta in Emilia Romagna, emerge come le categorie di liberi professionisti ed imprenditori siano terreno di fertili relazioni e scambi economici per le organizzazioni mafiosi. Perciò la sensibilizzazione non può limitarsi ai giovani, ma occorre creare una rete territoriale di associazioni di categoria ed ordini professionali che possa fare da sostegno e guida per tutti i liberi professionisti.