“Quando lo Stato è credibile, la mafia perde.” Così il professor Vannucci, direttore del Master in Analisi, Prevenzione e Contrasto della criminalità organizzata e della corruzione dell’Università di Pisa, ha concluso l’incontro del 27 maggio, nato dalle forze congiunte del coordinamento di Libera La Spezia e lo stesso Master APC.
Intanto la volontà di fare della memoria un' occasione di impegno. Concretamente. A pochi giorni dal venticinquennale della strage di Capaci e nella ricorrenza della strage di via dei Georgofili, in cui perse la vita anche un giovane sarzanese, Dario Capolicchio, Sarzana ospita una voce che rievoca esperienze importanti, che interessano la sua stessa vita: Nando dalla Chiesa.
In una Sala della Repubblica gremita, nonostante un calore azzurro che promette estate, è Marco Antonelli, referente di Libera La Spezia, a introdurre il figlio di Carlo Alberto dalla Chiesa. Perché è qui? Anche per rispondere all’invito di Guerino Capolicchio ai ragazzi del presidio dedicato alla memoria del figlio: “Studiate, studiate, studiate!”
Innanzitutto il professor Vannucci presenta il fenomeno mafioso (e in particolare il denso panorama ‘ndranghetista) nel Nord-Centro Italia, da cui si restringerà il campo sulla Liguria, e poi sui comuni di La Spezia e Sarzana: la sua analisi delinea una mafia che si configura come un organismo parassita capace però di istituire un rapporto simbiotico con le strutture con cui ha a che fare.
“La criminalità è organizzata, lo Stato no.” Il lucido intervento di dalla Chiesa prende le mosse dalle parole di Falcone, che evidenziano come il giudice vedesse nella figura del mafioso un professionista. Un primo approccio inquietante, che spinge a rinnovare i nostri interrogativi su ciò che chiamiamo “mafia”. Definire la mafia un’agenzia di servizi significa già riconoscerne la dimensione di potere, mette in guardia il professore. E’ vero – ammette -: nelle zone ibride tra legalità e illegalità si tende a cercare un arbitro che non abbia il vestito dello Stato (agli occhi del quale, in quanto parte di quell’ambiente ambiguo, si è compromessi), ma che sia altrettanto affidabile nelle sue funzioni. Ma proprio in questo senso – aggiunge il professore – è la società che offre servizi alla mafia, e non viceversa. La mafia è quindi una forma di esercizio del potere, la cui dimensione è anche il profitto, ma non in modo predominante.
Dalla Chiesa insiste su questo punto: la dimensione della mafia è il potere, perciò la sua prima volontà sarà il potere, non il profitto. Non si tratta solo di affari, ma di radici. Parliamo degli ‘ndranghetisti: non vanno dove ci sono i soldi, vanno dove il potere alternativo può essere esercitato con meno rischi. Ovvero - spiega dalla Chiesa – nei piccoli comuni. In questo senso il patrimonio di relazioni appare più importante di quello in denaro: la prima necessità di un affiliato è sapere a chi può rivolgersi in un determinato luogo. Diventa allora fondamentale indagare la “microfisica del potere”, afferma dalla Chiesa: seguire questo processo di trasferimento passo dopo passo. Ma cosa può fare il singolo cittadino, inerme e inconsapevole, per smantellare o almeno indebolire, o ancora meglio vanificare, questa rete di scambi? Il primo consiglio pratico di dalla Chiesa è questo: scegliere le preferenze quando si vota. Quelle stesse preferenze che sono altrimenti inevitabilmente manovrate, per qualche manciata di voti, dal gruppo compatto del clan e di tutti i satelliti che hanno interesse a sostenere una certa candidatura, così assicurata nell’indifferenza generale.
Ma questo può bastare? La questione della presenza della mafia al Nord solleva molte problematiche. Innanzitutto la difficoltà delle istituzioni giudiziarie a riconoscerla: il Nord – afferma dalla Chiesa – è incapace di difendersi. E questo perché la magistratura fa parte di una classe dirigente convinta che al Nord la mafia non ci sia. Oppure ci sia, ma sia una mafia “che non fa la mafia”. E allora “li condanno se sono mafiosi ma non li fanno?” . Nando dalla Chiesa esprime tutta la sua contrarietà su questo punto. E ricorda: la violenza contro le cose è il primo gradino della violenza contro la persona. E’ qualcosa che già abbiamo toccato tra le pagine della recente pubblicazione “Il confine”, quadro della storia della criminalità organizzata in Lunigiana, ma è incisiva la  formula con cui dalla Chiesa ribadisce la dannosità di tale comportamento: “Se le oche giulive fanno la guardia al Campidoglio, il Campidoglio viene preso dai Galli.”
L’impresa mafiosa –  prosegue il professore – è un agente di trasformazione sociale, che allontana la concorrenza, modificando pesantemente il mercato e condizionando i piani di governo del territorio. Continuiamo a parlare della ‘ndrangheta nel Nord Italia: anche se attraverso il potere ricerca il profitto, questa è ancora la mafia “della terra e del fuoco”. E questa continuità va colta, senza cadere nella tentazione di autoimmaginare, di inventare la mafia in forma di finanza, rendendola quindi irraggiungibile: una mafia immaginata in modo da non poterla incontrare mai.
Invece la mafia si vede. Il Nord accetta oggi qualcosa che in Sicilia è ormai inaccettabile. Questo dipende dal fatto che non abbiamo subito gli stessi traumi. Ma non dobbiamo dimenticare che l’infiltrazione mafiosa in un territorio è in realtà la vera e propria conquista di quel territorio. Conquista permessa dalla rimozione (il nemico che non esiste non si combatte), dall’ignoranza e dalla corruzione. In che modo può la mafia prevalere in territori nuovi? Dalle dichiarazioni di molti collaboratori di giustizia Nando dalla Chiesa si è convinto che ciò dipenda dal fatto che loro hanno un’anima superiore alla nostra, che credono nella loro identità più di noi. Noi che dovremmo essere lo Stato fino in fondo, per essere, ai loro occhi di uomini d’onore, uomini d’onore, da disprezzare e ammirare. Com’è stato con Giovanni Falcone. Che diceva anche: “Il denaro ha zampe di lepre e cuore di coniglio”. Chi cerca ogni opportunità di profitto, fugge però appena loro fanno la voce grossa.
La loro forza è il loro elevato spirito di coesione. Mutolo, collaboratore di giustizia, dichiarava: “La gente non è mica come noi, abituata a convivere con le armi, gli spari, la morte violenta, il sangue. Altri hanno paura.” Insomma in questa guerra tra Stato e mafia (o meglio, tra uomini di Stato e uomini di mafia) vince chi ha meno paura dell’altro. Quindi, in teoria, la mafia.
Eppure, apre alla speranza Dalla Chiesa, ci sono possibilità: l’utilissimo lavoro nelle università permette di formare giovani che possono già essere consiglieri comunali, o che possono costruire associazioni, giornali, siti, attraverso i quali scuotere l’opinione pubblica. Giovani che hanno davanti agli occhi l’esempio di chi ha saputo rappresentare bene lo Stato.  Non siamo diversi dai Siciliani, come pensavamo di essere: c’è da rompere un’incrostazione di rinuncia e di abdicazione di 30 anni persi a negare. Eppure si pensava che i Corleonesi fossero imbattibili. E si credeva anche che i camorristi godessero del consenso popolare. Ma non era vero, e sono tutti in carcere.
Preciso e implacabile, dalla Chiesa lancia l’ultimo appello: al Nord abbiamo lo stesso diritto di essere difesi. La società civile ha il dovere di mobilitarsi.